Testimonianze: Buster Keaton


Il comico va di corsa

Articolo tratto da FilmTv e scritto da Gianni Amelio

Chissà se qualcuno si ricorda di Alberto Sorrentino. Lo chiamavano “Bonjour Tristesse” e faceva il comico: lugubre, addolorato, macilento in tante commedie di secondo piano degli anni Cinquanta, dove le poche volte che apriva la bocca era per raccontare i propri guai.

Con la sua aria patibolare, la fame che gli usciva dagli occhi, Sorrentino esprimeva l’altra faccia della risata, quella che si fa alle spalle di qualcuno che se la passa peggio di noi. «Ci sono comici che sembrano rivolgersi direttamente allo spettatore, che vogliono entrare in confidenza con lui. In questo modo fanno ridere il pubblico insieme a loro, mentre per quanto mi riguarda, so che il pubblico ride di me ».

Questo lo diceva Buster Keaton e, se non ci convince del tutto, dobbiamo però ammettere che serve a chiarirci tante cose del suo cinema. Tra i grandi comici del muto – scrisse James Agee, che cito a memoria – Keaton è il più naturalmente “silenzioso”, tanto che anche un piccolo sorriso potrebbe sembrare assordante come un grido. Sulla sua faccia triste e immobile le nostre risate si infrangono; è il solo a escludere dalla sua recitazione il sentimento, per portare al più alto livello la pura commedia fisica.

Forse per questo Buster Keaton sosteneva che il comico va di corsa. E non intendeva dire che la velocità è tutto, ma che ogni gag eseguita o troppo piano o troppo in fretta può risultare penosa. Il ritmo della comicità è scienza esatta, un film comico si mette insieme con la stessa degli ingranaggi di un orologio diceva, ed era come se Edison in persona facesse lezione ad una classe di elettricisti. Perché il lato paradossale della personalità di Keaton sta nel fatto che, nonostante i suoi silenzi in scena e fuori, ha avuto più di altri (più di Chaplin, certo) il senso dell’azzardo, della soluzione innovativa, dell’esperimento, che ne fanno, tra i grandi del suo tempo, una figura, si direbbe, d’avanguardia. Il Cameraman o Io e la scimmia è un testo sacro in proposito. Se non fosse da prendere con le pinze che la «comicità di Keaton contiene una riflessione altamente intellettuale sulla macchina da presa come strumento di rapporto con il reale e come mezzo di verifica» (Moravia), c’è da rimanere estasiati di fronte alla sequenza della scimmia che rifà il verso al fotografo e filma da sola la scena clou della vicenda, cioè Buster che salva la ragazza mentre sta per annegare. Tutto quello che succede nella scena ma soprattutto dopo, quando le riprese effettuate dalla scimmia portano alla soluzione del racconto e al lieto fine, è così ricco di echi “moderni” da far riflettere su tanto cinema a venire. «Inadatto a muoversi nel mondo, la sua goffaggine gli impedisce di ridere e lo salva », scrisse Paul Gilson. Ma parlava dell’uomo o del personaggio?

Lascia un commento