La magia misteriosa della lanterna bergmaniana (seconda parte)






Nel sogno di regia, dunque, il linguaggio è pre-verbale, le battute sono incomprensibili. La macchina da presa confronta l’operatore con se stesso nei panni dell’attore. Ma questi ha introiettato la macchina da presa nel suo occhio mentre metà volto resta fuori campo. La situazione è interconnessa e sfuma nella regia che si trova così immersa in un clima ciclopico, monoculare, privo di profondità dove il terzo è escluso. L’onnipotenza del desiderio appiattisce gli attori contro la parete. L’unica via di uscita per una buona luminosità è quella di rinnovare la parete collegando l’esterno con l’interno (l’io e l’altro, il senso ed il significato, ecc..) ma questo potrebbe portare al collasso l’intera struttura. Questo rischio, presente nel sogno in modo esplicito, mi ha fatto pensare ai rischi insiti nella creatività che presuppone continuamente la capacità di accettare le valenze depressive della perdita e del limite che fanno intravedere il limite del limite che è la morte.



Bergman parlando della regia e dell’interpretazione teatrale osserva che “le rappresentazioni sono certo scomparse in una misericordiosa penombra, ma i singoli momenti di grandezza o di miseria sono tuttora illuminati da una dolce luce. I film invece rimangono e testimoniano la crudele variabilità della verità artistica”. Sembra che sia più facile la convivenza con un ‘ricordo’ continuamente rielaborato su moduli polivalenti che il confronto col film che per la sua corposità obbliga a più angoscianti confronti col tempo che passa. ” la decisione di metter via la cinepresa..” è descritta da Bergman in termini che partono da notazioni cronologiche: ” Si fermò durante il lavoro a Fanny & Alexander “. Nel suo svolgersi, però, questa decisione assume sempre sempre più aspetti onirici. L’autore sembra identificarsi nell’ultimo dei personaggi che sta fantasticando: ” Il cavaliere Finn Konfusenfej – quello che cammina su e giù chiedendo consiglio”. La corporeità della pellicola sembra gravare sul corpo che si fa ‘avvelenato’, spezzato dall’angoscia e ‘dal disprezzo per la sua sofferenza’.
Ma il progetto di un film sul cavaliere che chiede consiglio presto sfuma per dar posto ad un progetto pure imprecisato ma di impalcatura grandiosa: il ritrovamento di una vecchia cineteca di film muti, stimola l’idea di ricavare un senso dai vari spezzoni con l’ausilio di un esperto di linguaggio buccale dei sordomuti. Si scopre che anche cambiando di senso dai vari spezzoni si possono ottenere trame diverse. Il progetto ricorda la Biblioteca di Babele di Borges o la stessa aspirazione dei costruttori della torre di Babele.



Ma “un giorno brucia tutto quanto, i negativi, le stampe dei potitivi. Un intero magazzino va in fumo. Sollievo generale”. Altrettanto improbabile sembra la lotta contro il tempo che oramai ha abbreviato in modo impressionante la vita dei film che si programmano nelle nostre città. Una sorta di cineteca di Babele è a disposizione con le videocassette e con il telecomando della tv. Ma una apparente possibilità senza limite induce ad aumentare l’intolleranza per il vuoto che viene riempito da immagini che riducono lo spazio mentale e propongono le immagini come vere e proprie pseudo-allucinazioni.
Ma l’incendio sembra salvare il regista nel continuare a far film. Ancor meglio lo preserva da un crepuscolo che nuovamente elabora in chiave onirica con modalità in cui sogno e realtà si confondono come quando Bergman evoca l’antica paura di un essere mostruoso “metà animale e matà uomo ” che potrebbe essere in agguato… nel negozio del vecchio ebreo.
Gennaio 25, 2009 a 8:02 am
Molto bello questo saggio su Bergman e molto catturanti gli shot che hai messo !! Hai reso molto più fluida la lettura. Il saggio, se pur, bello, non è tra i più semplici..