Celluloide

Falso Movimento (1975)

Wilhem lascia la sua piccola città natia, poiché la soffre, lo corrode e lo infastidisce. È alla ricerca del tutto, essendo uno scrittore in vesti romantiche. Ma alla stessa stregua conosce perfettamente i suoi limiti, l’incapacità di relazionarsi con le cose. La sua è sicuramente una ricerca che va oltre la possibilità di scrivere e di esplorare fisicamente nuovi luoghi. Nel suo viaggio che attraversa la Germania Occidentale (siamo nel 1975)di volta in volta si inseriscono dei personaggi che perseguono probabilmente l’obiettivo ma con mezzi differenti.

Wilhem è una magnetica attrazione dei girovaghi: difatti nello stesso scompartimento siedono Mignon e Lafrest, una coppia enigmatica di differente età che gli mostrano interesse ed entusiasmo, malgrado essere una persona non loquace. Mignon (Natassia Nakszynsky) è una ragazza piccola, affascinata dal velo misterioso dello scrittore. Lo scruta e lo osserva profondamente senza un attimo di pausa. Cerca di sedurlo con gesti dolci o con il sue doti artistiche, mostrando un morboso bisogno di vicinanza. Lafrest, contrariamente, è un uomo grande di età dal passato indecifrabile che nasconde con volontà e racconta solamente in piccole dosi. L’uomo suona una piccola armonica che accompagna le performance della ragazza, ma più che altro è colui che si sbriga a racimolare le monete che Mignon guadagna nelle piazze dove si esibiscono. Lafrest si vanta del suo passato da atleta ed è un personaggio che proprio non nutre le simpatie di Wilhen, pronto a punzecchiarlo in ogni occasione. Difatti ne esce fuori un uomo in buona parte nostalgico della politica del Fürer e della scienza. Inoltre perde facilmente sangue dal naso (“quando ricordo”, racconta) ed è alla ricerca di un’identità attraverso il viaggio.

Lo smarrimento che contorna i personaggi fin qui conosciuti è la caratteristica anche di Therese, Bernhard Landau e dell’industriale suicida. Therese è un’attrice magnetizzata da Wilhen. I loro sguardi si incrociano nella fluidità del movimento delle macchine che viaggiano parallelamente sui binari di una Germania solitaria. Anche Therese tenta con difficoltà di ritrovarsi. La eccita la lontananza che lui riesce ad avere dalla realtà, in modo così originale e diverso da chi si ostenta a provarci. Un distacco che è solo in realtà una forma insuperabile di solitudine.

Win Wenders presenta ombre senza contorno che percorrono lo spazio, si incontrano e smarriscono come la figura di Bernard, un ragazzo austriaco buffo nei modi e nelle espressioni, che approccia al gruppo (dopo averli seguiti di nascosto) ascoltando prima una poesia di Wilhen e poi recitandone una delle sue, da cui trova risposta nello sbigottimento delle due ragazze e nella freddezza di Lafrest, ma non nelle espressioni accondiscendenti del capogruppo. Lo stesso Bernard, in una situazione completamente astratta, accompagna i suoi nuovi compagni in un castello che sovrasta il Reno da un presunto zio che effettivamente non è. Quest’uomo accoglie i vagabondi armato di fucile ma confessa loro che l’arma era pronta ad essere usata contro se stesso e ringrazia il rumore del motore per averlo fatto distrarre. La sua diventa ospitalità in una casa disordinata e sporca. E qui, con tutti al completo, possiamo trovare la chiave di lettura del film, attraverso le parole pronunciate dall’industriale a Wilhen, prima di andare a riposare:

“La solitudine in Germania è impalpabile e + dolorosa che altrove. Probabilmente la causa va ricercata in quel genere di ideologie che in Germania da sempre hanno ispirato a comportamenti tesi, alla negazione e al superamento della paura. L’esaltazione di virtù quali lo zelo, la diligenza e il coraggio sono un mezzo per esorcizzare la paura. Queste teorie sono divenute, come in nessun’altra società, filosofia di stato, metodi inevitabilmente criminali che ne conseguono, tramite i quali la paura dovrebbe essere superata. Metodi che sono divenuti persino leggi. La paura o è superbia o vergogna. Ecco perché è maschera di quei volti pallidi ed esangui che come spettri vanno nei supermercati, nelle campagne, nelle strade, nel verde dei centri sportivi..”.

D’ora in poi Il film diventa ricco di mutamenti psicologici che percorrono i personaggi nello spazio e nel tempo e di confessioni raccolte in un indimenticabile piano sequenza. Tante anime che si trasformano continuamente e si sciolgono nel momento in cui uno sparo le distrae. Il colpo suicida dell’ industriale, l’unica persona di cui non sappiamo il nome perché non si è presentata. Rabbia ed avversità improvvisamente colorano il volto dei personaggi giunti all’apice, ovvero quando Wilhen cerca di far annegare Lafrest e il rancore di Therese si manifesta sul primo. Dietro loro le lacrime di Mignon, che fino ad ora non ha mai parlato e le cui espressioni la rendono solo apparentemente più debole. Proprio Mignon è l’unica dei tre che riesce a staccarsi (Bernard per primo è fuggito dalla paura) con decisione ai saluti finali, fatti di domande senza risposta, lo specchio di impotenza singola e di più generazioni.

Impotenza ancor più viva nell’ultima sequenza dove Wilhen percorre un’altra strada alla ricerca di un equilibrio artistico difficile da trovare ed evincibile in una frase da lui poco prima pronunciata: “Si può scrivere senza nemmeno la voglia di raccontare. Scrivere è così, come si ha voglia di camminare. L’importante non è scrivere, ma il desiderio di farlo.. E’ così anche per l’amore che non è un bisogno ma un desiderio..”

FALSO MOVIMENTO (1975)

Regia: Wim Wenders

Assistente alla regia: MicKey kley

Soggetto e sceneggiatura: Wim Wenders, Peter Handke dal romanzo omonimo di Peter Handke

Fotografia (colore, 35 mm): Robby Müller

Musica: Jürgen Knieper

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