celluloide: Shadows (1959)

Shadows (Ombre)- 1959-

Un film di John Cassavetes

New York fine anni ’50. I locali si riempiono di gente, altra ancora cammina per le strade. Le luci invadono le vie in centro, il traffico comincia a farsi padrone delle ore notturne. L’America ludica dei party, dell’intrattenimento, della musica Jazz, sta mettendo in vetrina le proprie ombre. Molte smorfiose figure e moine all’apertura dei tappi delle bottiglie. Tutta un ripetersi massacrante nei rumori notturni. Tutto così apparentemente perfetto che da lì a pochi anni, nuovi sconvolgimenti sociali segneranno la storia e la percezione di una generazione.

John Cassavetes è alla sua prima opera e fa centro con sottigliezza su tutti questi aspetti così incontrastabili. Ma la sua è una ricerca che non si limita a fotografare un costume sociale, ma lo evidenzia con una regia speciale, fatta di mezzi, primi e primissimi piani, il tutto (o quasi) con immagini sporche e sgranate e una macchina spesso a mano. Una scelta estetica radicale riassunta nel cartello che lo conclude: «Il film che avete appena visto era un’improvvisazione».

Due fratelli e una sorella (Ben, Hugh, Lelia), vivono nell’ambiente newyorchese. Ben è un ragazzo nero dalla pelle ambrata, un trombettista dilettante la cui passione non la coltiva poi più di tanto, difatti mai lo vedremo cimentarsi con lo strumento se non in frammenti di tempo dove ne accenna l’uso.

Affianco a se ha sempre due compagni bianchi, Dennis e Tom, il cui solo passatempo è quello di stuzzicare le ragazze fin dal primo pomeriggio nei bar della città, continuando a girare durante la notte. In più Ben accumula ogni tanto qualche debito con le bevute. E’di fatto una persona svogliata che non reagisce allo stato di noia, ma ne è cosciente ed insofferente. Nei movimenti quotidiani si mostra meno raggiante rispetto ai suoi amici Dennis e Tom nell’abbordaggio alle ragazze nei locali. Nei loro discorsi, soprattutto nelle giornate post-sbornia, spesso si ritrovano seduti accanto ad un tavolino a porsi domande esistenziali come “cosa ve ne fate delle vostre giornate..?” .

Ben è inoltre’ il più malinconico, colui che in alcuni avvenimenti prende maggiormente le distanze dalle persone, al punto di cercare la rissa se provocato.

Spesso le giornate dei tre compagni sono trascorse nei salotti o nei musei come il Metropolitan, “luogo per un sacco di minchioni che si danno delle arie e per ragazze solitarie che non riescono a trovarsi un ragazzo di seconda mano”. Con questi toni Tom inveisce a Dennis nel momento in cui trascina gli altri al museo, dal quale fuggiranno via per nausea.

Anche nei salotti si ritrovano personaggi vacui che spesso non capiscono gli articoli che leggono. L’evidenza è palese nelle imbarazzanti risposte sull’esistenzialismo di Sartre, accennato da una signora anziana, oppure quando una ragazza si presenta come ballerina esotica, ma non sa minimamente descrivere il ballo a domanda postagli da Tony, ragazzo conquistato all’occorrenza. I party sono dunque un vociferare che si confonde tra gli odori di alcol e di tabacco.

E proprio in questa circostanza che Tony conosce Lelia, grazie a David, un avventuroso critico che dibatte sulle scritture della ragazza, a sua volta disturbata ed estraniata dall’argomento. I due si presentano diversamente l’uno all’altro:

“Sento che dovrei essere più buona di quella che sono. In me insomma c’è un po’ di tutto. Ho la sensazione che non riuscirò a fare qualche cosa”, racconta Lelia.

“Io faccio presto a scivolare nel sentimento se mi si presenta l’occasione buona, naturalmente.. Come se mi capita di incontrare qualcuno che mi piace e a cui piaccio. Non ci vedo niente di male, no?”, gli risponde Il ragazzo. Se Tony mostra immediatamente un senso di colpa d’amore, dopo esser stato per la prima volta con lei, Lelia mostra imbarazzo, indecisione, insicurezza e a sua volta senso di colpa sull’accaduto, perché legata ai fratelli e ad un tessuto sociale da cui non uscirà mai. Ma Lelia mente, trascina la sua ombra come quelle di Ben e Hugh e di una o più classi sociali. La sua insicurezza viene immediatamente a galla nel momento in cui si trova a dover presentare Tony ai fratelli, tra l’imbarazzo generale e la tensione che fuoriesce dai tappi alle orecchie e dalle bende davanti agli occhi. Nel momento in cui Lelia reagisce in un attimo di fuga cercando di trattenere Tony, il quale nel frattempo ha capito, Hugh non aspetta un secondo in più per chiarirgli:

“Io non voglio che tu non faccia soffrire mia sorella. Non voglio che tu venga qui a dar noia a mia sorella. Insomma vattene prima che debba fare qualcosa che non voglio” .

Hugh è il fratello nero, un cantante jazz che aspira al successo, ma che vede subito le sue capacità svilite dal suo agente. Nel locale in cui lavora il suo compito è quello di intrattenere la gente con barzellette scialbe, con storielle insignificanti, perché la gente vuole questo e trova allegria solo in tali occasioni. Hugh tiene in mano i due fratelli, carpendo le loro debolezze ed altresì incentivandole, sempre pronto senza interruzione con frasi graffianti a rispondere ad una loro evanescente iniziativa. Deve dunque mantenere gli equilibri ed è fra i tre maggiormente impotente alle pseudo doti che ritiene di avere.

Lelia oramai guarda la gente con aria irrilevante, cammina per la strada senza alcuna voglia di reazione. Sa cosa può crollarle addosso e non vuole essere al corrente dell’amarezza. Conosce David Johnson. Il senso per lei ora è la bugia. “Io dipingo”, “il cinema, il parco, li odio” sono le frasi che cancellano un viaggio. E all’appuntamento dato in casa gioca con la simulazione, trasformandosi in un personaggio antipatico, acido, nel disinteresse generale degli altri fratelli verso l’ospite. Una volta usciti ridicolizza e provoca continuamente David.

E proprio nelle mura domestiche scopriamo in Hugh una persona velleitaria, quando involontariamente viene minimizzato mentre canta un motivetto jazz. David lo corregge: il ragazzo è effettivamente un cantante.

Lelia è controllata dai due fratelli maggiori, sospinta ad avere comportamenti simili ai loro, soprattutto nel caso di Tony, nel quale Hugh tira fuori anche la questione razziale per allontanarlo.

Il fallimento ed il movimento è quello di una classe presuntuosa, di agenti per cantanti e di organizzatori di eventi mondani. La noia soprattutto ne fa padrona e ci mostra una New York impotente di fronte a queste ombre. Una città dove tutto sembra più grande. Un grande film accompagnato costantemente dalla musica Jazz di sottofondo, ironica alle scorribande dei due fratelli.

Alessandro Dionisi

Shadow (Ombre)

Usa, 1959

Regia: John Cassavetes

Prodotto da: Maurice Mc Endree

Con: Ben Carruthers, Lelia Goldoni, Hugh Hurd

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