Testimonianze: Sergio Leone

Intervista tratta dalla rivista Il castoro diretta da Fernando Di Giammatteo

Il buono, il brutto, il cattivo è indubbiamente il più compiuto dei suoi tre western.

Assolutamente. È la storia di tre uomini che, sullo sfondo della guerra di Secessione, inseguono un tesoro e combattono una loro guerra privata. Grande e piccola Storia coincidono, come sempre nei miei film. L’idea per il film mi è venuta dal celebre discorso di Chaplin che concludeva Monsieur Verdoux. L’autodifesa di un assassino: Verdoux che, ammettendo di avere ucciso, si dichiara un dilettante di fronte agli eccidi dai grandi del suo tempo, rappresenta il massimo dell’accusa. E la stessa cosa fa Tuco di fronte al massacro del ponte di Legstone, una sequenza che mi è in parte stata ispirata da alcune pagine di Un anno sull’altopiano di Lassù . C’è chi trova nel film anche echi Keatoniani, e mi sta bene. Insomma della “trilogia del dollaro” è l’episodio più complesso e completo, quello in cui ho raggiunto pienamente quel tono picaresco che rappresenta il mio obiettivo principale. E poi, il film contiene una sequenza, quella del “triello”, che mi ha dato grandissime soddisfazioni. Pensi che all’Università del Cinema di Los Angeles gli studenti la esaminano fotogramma per fotogramma: costituisce un esempio di montaggio.

Di tutti i personaggi dei suoi film, lei sembra provare un particolare affetto per il messicano Tuco..

È vero. Tuco rappresenta, così come poi Cheyenne, tutte le contraddizioni dell’America, e in parte anche le mie. Avrebbe voluto interpretarlo Volontè, ma non mi sembrava una scelta giusta. Sarebbe diventato un personaggio nevrotico, e io invece avevo bisogno di naturale talento comico. Così scelsi Eli Wallach, di solito impiegato in parti drammatiche. Wallach aveva in se qualcosa di chapliniano, qualcosa che evidentemente molti non hanno mai capito. E invece per Tuco fu perfetto.

Qual è il suo Western preferito?

Senza dubbio L’uomo che uccise Liberty Valance, e chiaramente più per una questione tematica che per questione di stile. È il film in cui Ford per la prima volta si è smentito: ha mostrato la vera faccia del West e, abbandonando il suo tradizionale ottimismo, ha abbracciato una visione più realistica e, di conseguenza, pessimista. Ha fatto vedere l’altra faccia del mito.

Il suo rapporto con Ford ?

Una grande, sconfinata ammirazione, pur nella radicale diversità di prospettive che ci contraddistingue. D’altronde non avrei proprio potuto esordire in un genere facendo l’imitatore di qualcun altro. Lui aveva quella visione ariosa, romantica (ma sempre realistica) del West, ed era giusto che fosse così. La sua foto con dedica («To Sergio Leone with admiration. John Ford»)è uno dei miei ricordi più cari e il mio massimo motivo di orgoglio. Ciò non toglie che anche lui abbia commesso i suoi errori. Non gli perdono ad esempio Un uomo tranquillo, la favola dell’Irlanda verde e bonacciona, mentre in realtà il paese era dilaniato dalla guerra dell’IRA. Per un regista che in passato aveva diretto Il Traditore, la trovo una rappresentazione inconcepibile.

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