Corsivi sul cinema: la Nouvelle Vague (sec.parte)

Intervista a Francoise Truffaut, a cura di Anne Gillain (Tutte le interviste a F.Truffaut, sul cinema, Gremese editore)

Come si può collocare il movimento dei cineasti nella storia del cinema?

Si può dire che il cinema ha conosciuto tre stadi. Prima c’è stato il muto, in cui il cinema era una performance fisica, L’epoca di Griffith e John Ford. Fare un film allora era come combattere un incontro di cach: il regista doveva avere sulle spalle il peso di un film e di un materiale considerevole. Per esempio, doveva far muovere un migliaio di persone . Il Deglane dell’epoca , cioè il lottatore puro , era Griffith, il boia, il Bèthum era Cecil B. De Mille. Con il sonoro il cinema si è intellettualizzato, è diventato un sottoprodotto del romanzo e sopratutto del teatro, e si è affidato ai semintellettuali. Quest’epoca è stata illustrata nel peggiore dei modi dal duo Feyder-Spaak e nel migliore dei modi da Prèvert e Carnè.

Si arriva così al terzo stadio, quello degli intellettuali: un periodo in cui non entra più in gioco la performance fisica, dove tutti i problemi sono presi in mano da un’équipe numerosa e ben rodata. Oggi il cinema è nelle mani degli intellettuali , cioè di persone che in altre circostanze avrebbero potuto scrivere un romanzo o una commedia e una dozzina di anni fa avrebbero preferito, per paura della tecnica , scrivere un romanzo o una commedia. Siamo nell’era del cinema d’autore. Certo un cinema intellettuale corre il rischio di diventare freddo e astratto, ma c’è anche la possibilità che divenga più intelligente, forte e sincero di quello dei periodi precedenti.

Quindi non si può parlare di rivoluzione bensì di evoluzione.

Esattamente per i giovani si tratta di ritrovare la “salute”propria del cinema muto. Salute formidabile che può evitare il nostro cinema di diventare esasperato, noioso, arido. Bisogna ritovare la ffreschezza della prima epoca del cinema e rinnegare in blocco tutta la seconda, che oggi ci appare come in uno stadio di transizione.

Il fatto di aver girato i vostri film con quattro soldi ha portato qualcosa di nuovo alle vostre realizzazioni ?

Certamente. Mentre un regista affermato girava quindici o sedici volte la stessa scena, noi la giravamo una o due volte. Questo stimolava gli attori: sapevano che non avremmo potuto ripeterla e ce la mettevano tutta. Ecco perchè le nostre immagini non hanno la solita perfezione leccata dei film francesi, e il pubblico è rimasto favorevolmente colpito dalla spontaneità dei nostri lavori.

La maggior parte dei cineasti giovani che si sono appena affermati hanno, o almeno sembrano avere, un tratto comune: sono tutti allievi o quantomeno assidui frequentatori delle cineteche. Non hanno imparato il mestiere stando dietro una cinepresa, ma guardando i film.

Una volta si arrivava al cinema per caso. Oggi, in effetti, è a forza di vedere un film e di amarli che si sente il desiderio di farli. Per quanto mi riguarda avevo 12 anni quando, vedendo un film, decisi di fare il regista. In queste condizioni si rischia ovviamente di non reinventare il cinema come si dovrebbe, ma di copiarlo. E qui interviene l’importanza del temperamento.

Ma i giovani registi hanno digerito la cultura della cineteca ? Non sono nella stessa condizione di certi professionisti di lettere che arrivano al romanzo infarciti di storia della letteratura? Non rischiano di imitare troppo invece di inventare ?

A mio avviso, questa cultura non è affatto uno svantaggio ma un progresso rispetto alle generazioni precedenti, quando si arrivava alla regia in modo artigianale. Gli assistenti imitavano il modo di fare dei loro capi e non dei classici, ed è per questo motivo che siamo arrivati a quello che è stato definito lo “stile cinema francese”, falsamente elegante, di una monotonia spaventosa e molto meno agile del cinema americano. Dato che lei vuole una definizione del cinema giovane, diciamo che tutti noi siamo approdati al cinema detestando il cinema francese e ammirando quello americano, dal quale abbiamo appreso la disinvoltura nei confronti della tecnica e l’agilità della cinepresa. Beninteso, per ciò che concerne la creatività il patrimonio è tutto francese.

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