La Politique des Auteurs (prima parte)

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LA POLITIQUE DES AUTEURS

Tratto da “Tutte le interviste di François Truffaut sul cinema”

Intervista rilasciata a R.M. Franchi e Lewis Marshall,

«New York Film Bulletin 3», n.3, estate 1962.

Parliamo della famosa Politique des auteurs. È lei che negli anni Cinquanta ha lanciato questa formula che ha avuto un grandissimo eco.

Oggi tendo piuttosto a rinnegare questa idea di “autore completo” che ho contribuito a far nascere come critico. In ogni modo, anche se non scrive una riga di sceneggiatura, è il regista che conta, ed è a lui che il film somiglia come una goccia d’acqua: il suo film può somigliargli “in meglio” o in “peggio”, ma non somiglia che a lui. Da qualche anno, purtroppo, l’idea di autore ha fatto molti danni e molta gente, per orgoglio o vanità, ha voluto lavorare da sola, sebbene avesse bisogno di aiuto. D’altronde ognuno ha bisogno d’aiuto, altrimenti la sua carriera fa la fine di Lisbona: «Prodotto, scritto, ideato e realizzato da Joseph Lisbona». Avrebbe potuto aggiungerci: «E visto da Joseph Lisbona», perché credo sia stato l’unico a vedere Le panier de crabes.

Tutto è cominciato con un suo articolo del 1954 sui «Cahiers du cinéma»: “Una certa tendenza del cinema francese”.

Non era tanto sulla Politique des auteurs quanto, piuttosto, un articolo distruttivo contro il cinema francese di quei tempi, e poiché era alquanto violento, ne è stata pubblicata solo la prima parte. Sono stati eliminati certi insulti contro Renè Clair, Clément, Delannoy.. In quegli anni ero molto collerico, mi riusciva difficile controllarmi, ero eccessivo. Comunque sia, quell’articolo mi ha aperto le porte di altri giornali, come «Arts», dove ho lavorato per tre anni.

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Forse potremmo cercare di definire le idee che ha sviluppato nella Politique.

A quel tempo esisteva la cosiddetta “tradizione della qualità francese”, e in ogni festival si presentava un film che era inevitabilmente descritto come un prodotto di questa tradizione. Questi film erano in genere il risultato di un lavoro di gruppo, realizzati da grosse equipe e diretti sovente da registi che rappresentavano appunto la “tradizione della qualità francese”. Impiegavano scenografi celeberrimi, grandi nomi per la musica, e ogni anno riportavano un grosso successo commerciale e di critica a discapito dei film “d’autore”, di quei film cioè fatti da persone più preparate che preferivano lavorare in modo più personale e individuale, senza ispirarsi a romanzi celebri. A quel tempo c’erano quattro o cinque cineasti del genere: Jaques Tati, Robert Bresson, Max Ophülus , Jacques Becker e Jean Renoir.. e la Politique des auteurs era, sì, un appello in favore del genere del cinema che praticavano i registi, ma era soprattutto il concetto che chi ha l’idea e chi realizza il film deve essere la stessa persona. Sono convinto che un film somiglia all’uomo che l’ha fatto. Anche se quest’uomo non ha scelto gli attori, non lo ha diretto completamente da solo, ha lasciato che i suoi assistenti facessero il montaggio, ebbene, anche un film di questo tipo riflette completamente – per il suo ritmo, per la cadenza, ad esempio – l’uomo che l’ha fatto, perché la somma globale di tutte queste tappe è inerente alle contraddizioni che necessariamente si troveranno nel film, perché fondamentalmente nel cinema ci sono due comandamenti, «Azione!» e «Stop!», ed è tra questi due ordini che si fa il film, per una durata di un minuto e mezzo di girato al giorno. Oppure possiamo dire che si è registi per un minuto e mezzo al giorno. Quando un film mi piace, cerco di indovinare come il regista ha riempito quel minuto e mezzo, e mi riesce benissimo. Avendo fatti film e non interessandomi più al problema della qualità di un film, ciò che cerco è proprio questo: vedere se l’uomo che l’ha fatto era violento, calmo, felice o in collera. Guardo, scena dopo scena, e cerco di risalire alla fonte, all’inizio, al carattere e alla personalità del regista. Riesco anche a sentire, per esempio, se in questa o quella scena era soddisfatto dei suoi attori o arrabbiato per quello che facevano. Adesso guardo i film come si esamina una cartella clinica ai piedi di un letto d’ospedale.

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Ma allora non è più un atteggiamento critico.

No, non più. Adesso mi è indifferente.

È dunque il regista che lei osserva.

È così. Vorrei parlarle di un aspetto della Politique des auteurs che mi era sfuggito. La Politique des auteurs era un concetto critico, essenzialmente polemico. Le spiego: per certi critici ci sono film belli e film brutti; secondo me è solo una questione di buoni o cattivi registi. Può succedere che un cattivo regista possa sembrare bravo perché ha avuto la possibilità d’avere una buona sceneggiatura o attori di talento; ma questo “bel” film non avrà valore agli occhi di un critico perché è solo un caso, un concorso di circostanze favorevoli. Al contrario, ci potrebbe essere un buon cineasta che fa un “brutto” film per circostanze inverse e questo per il critico sarà senz’altro più interessante di un “bel film” fatto da un “cattivo” regista. Ad ogni modo, il concetto di successo o di fiasco non ha importanza, ciò che conta nella carriera di un cineasta è che essa rifletta il suo pensiero, dagli inizi alla maturità. Ogni film rappresenta una tappa del suo pensiero, a prescindere che abbia o non abbia successo. Ho riassunto questa idea con un esempio che Jean Delannoy non mi ha mai perdonato: ho asserito che il miglio film di Delannoy non varrà mai il più brutto film di Renoir. Ed è proprio questo il significato della Politique des auteurs.

Secondo quanto lei dice, il fondamento della Politique des auteurs è la personalità del regista, così come viene riflessa dal suo lavoro.

Esattamente.

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