Full Metal Jacket (1987)- un film di Stanley Kubrick

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” Questo è il mio fucile. Ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio fucile è il migliore amico e la mia vita. Io debbo dominarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio fucile non è niente. Debbo colpire il bersaglio. Debbo sparare meglio del nemico che cerca di sparare me. Debbo sparare prima che lui spari me. E lo farò a cospetto di Dio. Giuro su questo credo. Il mio fucile e me stesso siamo difensori della patria, siamo i dominatori dei stessi nemici, siamo i salvatori della nostra vita e così sia. Finchè non ci sarà più nemico ma solo pace. Amen. ”

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Ogni marine è arruolato, denudato, messo in uniforme. Uniformato è  l’aspetto estetico, la materia fisica e cerebrale di ognuno di loro. Ogni soldato deve essere assordante come un singolo colpo di esplosione, impietoso, cinico, “macho”, sibilante come i proiettili che scheggiano un muro.  Ogni espressione deve essere azzerata, resettato il suo passato, i vecchi rapporti interpersonali. Ogni marine deve essere degno di rappresentare la cellula di uno schema immortale più grande e razionale; uno schema illusionistico che egli non può vedere, poichè facente corpo per la vittoria finale e dunque incapace di scindere .

fmj 6fmj 12fmj 14fmj 19L’addestramento è il principio fondamentale operato dal sergente Hartman (un uomo proveniente dal vero campo dei marines). La potenza virile dell’uomo deve essere trasportata nella potenza virile dell’arma. Di conseguenza la sessualità è sublimata all’aggressività bellica e oggettivizzata feticisticamente nel fucile, battezzato con nome femminile e portato a letto. Stanley Kubrick non si prefissa schemi contro o pro  guerra; non ci mostra la tradizionale iconografia e non raccoglie eroi. Contrariamente cerca di impedire l’identificazione del pubblico con i personaggi. In Full Metal Jacket nessuno si affeziona ad un soldato specifico, neppure a Pyle (ribattezzato Palla di lardo). All’inizio lo osserviamo, ci leghiamo alle sue difficoltà, all’incapacità nell’addestramento, al suo corpo grosso e a quel viso da ragazzino, ma quando entra nel meccanismo e la sua follia psichica diventa suicida ed omicida, già ci siamo allontanati, abbiamo in parte dimenticato tutto quello subito finora e rimosso ciò che ha fatto subire al gruppo.

fmj 23fmj 29fmj 33fmj 35Quì avviene il primo “cortocircuito”, la prima fase narrativa è conclusa e la prima parte del film è terminata nel campo di addestramento di Paris Island (Usa). Abbiamo conosciuto un personaggio refrattario malgrado la buona volontà, ovvero Pyle.  All’interno di una struttura filmica ordinata , fatta di riprese simmetriche, carrellate e primi piani statici, un gruppo di marines ha interiorizzato la volontà di appartenere in un mondo nuovo,  malgrado le iniziali difficoltà. Kubrick mette in risalto la fragilità dell’individuo, di colui che subisce le conseguenze di qualcosa che egli stesso ha contribuito a provocare senza avvedersene. L’individuo responsabile ma non colpevole. L’eroe debole rappresentato dal soldato Joker, il burlone, la cui superiorità intellettiva non gli permette di superare le regole del gioco. La contraddizione maggiore in Joker si evince da due elementi: l’elmetto su cui è scritto ” Born to kill ” (nato per uccidere) e la spilla della pace sul giubbotto.

fmj 39 fmj 46fmj 48fmj 64Una fragilità palesata è nel ruolo in questo war game. Il marine è un giornalista militare che ben presto si incanala nei corridoi bui della guerra sul campo, tra le rovine di Hue, sigillando il finale del film con la frase:  ” Io sono in un mondo di merda, ma sono e adesso non ho paura “. Tutto ciò è detto dopo aver ucciso la ragazza cecchino, capace di far fuori diversi elementi del gruppo. Dopo che Pyle fa saltare l’intero sistema (la sua incapacità e la ferma autorità di Hartman) ci ritroviamo appunto tra le rovine di Hute, dove tutto è stato distrutto dai continui bombardamenti. Il gioco ruota intorno al singolo cecchino capace di provocare terrore,

fmj 52fmj 73fmj 74fmj 76evinto dai caricatori scaricati in brevissimo tempo in una reazione incontrollata. Un solo colpo a cui rispondono centinaia di proiettili. In breve tempo, contro le rovine del posto, ogni comunicazione tra reparti scompare assieme alla capacità di controllare la vittoria. La percezione di trionfo diventa vaga perchè paradossalmente non si conosce più chi sia il nemico. Non ci troviamo più sopra l’elicottero che accompagna Jocker e Cowboy, mentre un soldato spara come in un war game su bersagli astratti, non identificati, denominati comunemente musi gialli o vietcong. Ora non ci troviamo più a Paris Island nelle due settimane di addestramento, laggiù dove Dio si arrapa con i marines, perchè gli riempiono di anime fresche il cielo. In questo istante il gruppo deve ritrovare una motivazione di risposta ad una assurda situazione.

fmj 77fmj 81fmj 83fmj 80Ogni elaborazione di piani è saltata ed il terreno si è rivelato mortifero. Si gioca sopra un filo di nervi che crolla. La perdita del senso prevale. Uno strano mondo di paradossi quando i marines attraversano un percorso che non deve essere battuto.

In Full metal Jacket la vita e la morte sono due condizioni definite, affrontate dai soldati con un certo distacco. Davanti ad un obiettivo della cinepresa essi rappresentano se stessi in un immagine convenzionale: diventano attori, spiritosi giocolieri, recuperano la virilità davanti il nastro che scorre. Mostrano un’America viva. Davanti alla morte questa rappresentazione cede: non si passa nell’altro mondo da eroi, ma solamente con l’angoscia degli ultimi secondi restanti al tuo ultimo ciak. L’agonia di perdere la vita cancella

fmj 84fmj 85fmj 87fmj 90ogni velleità di addestramento, ogni ruolo e gli attributi fin quì conquistati  lentamente si dissolvono di fronte alla propria angoscia. Di fronte al cecchino scovato e ferito mortalmente, il gruppo assuefatto alla paura è incapace di rientrare nello schema del war game. Osserva il corpo a terra quasi con devozione religiosa. Il gioco è sospeso come nell’occasione di Pyle. Il colpo finale di Jocker ci trascina nel mistero della guerra, ci mostra la lucidità che ogni elemento perde. Sopratutto ci fa comprendere quanto un gruppo possa perdere definitivamente il controllo di se stesso , cadere nella trappola dell’annientamento psicologico se gli viene tolto un briciolo di equilibrio.

fmj 66Full Metal Jacket

(1987)

Regia : Stanley Kubrick

Sceneggiatura: S. Kubrick, Michael Herr, Gustav Hasford, dal romanzo ” The Short-Time”.

Fotografia: Douglas Milsome

Scenografia: Roi Stratford

Montaggio: Martin Hunter

Genere: Guerra

Con : Mattew Modine, Adam Baldwin, Vincent D’Onofrio, Lee Ermey. John Terry

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7 Risposte to “Full Metal Jacket (1987)- un film di Stanley Kubrick”

  1. Ciao Alex. Grandissima recensione !! Mi è tornata voglia di vederlo immediatamente questo grande film !! Ciao, Stefano

  2. Come minimo devi rivederlo !! ciao, alex

  3. […] Full Metal Jacket (1987)- un film di Stanley Kubrick ” Questo è il mio fucile. Ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio fucile è il migliore amico e la mia vita. Io debbo dominarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio fucile non è niente. Debbo colpire il bersaglio. Debbo sparare meglio del nemico che cerca di sparare me. Debbo sparare prima che lui spari me. blog: Stradeperdute | leggi l'articolo […]

  4. […] Full Metal Jacket (1987)- un film di Stanley Kubrick ” Questo è il mio fucile. Ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio fucile è il migliore amico e la mia vita. Io debbo dominarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio fucile non è niente. Debbo colpire il bersaglio. Debbo sparare meglio del nemico che cerca di sparare me. Debbo sparare prima che lui spari me. blog: Stradeperdute | leggi l'articolo […]

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