Il deserto Rosso (1964) un film di Michelangelo Antonioni

Ci sono luoghi che rappresentano un deserto senza sorta di fine, dove delle piccole formiche si agitano continuamente, lavorano, portano provviste, si incuneano, si scontrano e ostinate proseguono senza chiedersi il perchè. Piccole formiche che non comunicano, hanno paura, si costruiscono un personaggio, ti sfuggono, al limite ti rincorrono sempre. Il presente è terra bruciata, semplicemente perchè lontani da un gesto spontaneo si cerca la strada più semplice: la fuga giustificata.   Un bambino chiede alla mamma: ” Perchè quel fumo è giallo??”. ” Perchè è veleno” risponde la donna. “Allora se passa un uccellino li in mezzo muore!!”, prosegue curiosito il bambino. ” Si, ma gli uccellini ora lo sanno e non ci passano più..”, conclude la mamma..

Nell’ultima sequenza de Il Deserto Rosso, la giovane, misteriosa ed ossessionata Giuliana (Monica Vitti) lancia un barlume di speranza al proprio figlio, in una storia dove notiamo che tutti, nessuno escluso, sono le ombre grigie di un’alienata modernità figlia del profitto, del consumo, priva, sopratutto, di un significato originale. Una modernità mancante di una struttura, leggera come la brezza marina ed impetuosa come una tempesta. Il Deserto Rosso conclude la tetralogia che il maestro Antonioni ha dedicato ad un mondo, una società soggetta a privarsi della comunicazione, alterata a  forme di solitudine, all’eclissarsi completamente. Una società di vinti, di eroi perduti. In questa tetralogia, Antonioni ha messo in evidenza anche una società che a volte si sviluppa in modo inafferrabile, ma a tratti sconnessa, scollegata tra le parti.

E’ un film a colori e non a caso la pittura, come la fotografia, hanno un significato profondo, simbolico. Entrano nel cuore e nel malessere dei protagonisti, racchiusi in un grammo di gioia.Rosso è il colore di una classe operaia che poco alla volta va smarrendosi e soffre la stesse malattie del padrone: piccole nevrosi, improvvisi cedimenti, manie di protagonismo, di individualismo nei luoghi dove si incrociano. In questo caso nelle piazze di una Ravenna disumanizzata, desacralizzata, incurante e austera. Rossa è la parete della stanza vicino al molo, in un capanno di pescatori, dove si intrattengono piacevoli discorsi sull’erotismo tra Giuliana, Ugo, Corrado, Linda, Emilia e Max. Chiacchericcio dopo un pranzo ed una bottiglia di vino, sdraiati a cercare accoppiamenti inutili, evaporati in partenza da gesti pregni di noia, ridondanti; modi poco spontanei per solleticare l’interesse di sedursi, stimolare l’appetito erotico, conquistare la preda. Rosso è anche, ed oserei dire soprattutto, il calore che manca ad ognuno di loro, intrapresi a gestire una malattia più problematica delle altre: la solitudine dietro l’eccesso di un banale virtuosismo. Rosso [è infine] il contorto modo di agire, muoversi, restare fermi, brulicare parole. La facciata di una classe priva di contenuti, capace solo di sproloquiare humor da poco valore. Signori e signore, la classe borghese.

L’Italia di quegli anni cresce, ma paradossalmente diventa una forma unica. piatta. Getta la rete e  monopolizza  l’interesse culturale verso l’individualismo non tenendo conto della sensibilità soggettiva che permea in alcune persone le quali, inevitabilmente, cozzano contro questo apparente mastodontico progresso. Giuliana è la moglie di Ugo, un ‘imprenditore petrolchimico che difende con ardore la sua posizione sociale dove la parola d’ordine è, per l’appunto, progresso. E’ l’eroe insomma del paese, la figura più osservata la domenica mattina nelle chiese e negli aperitivi al  bar. Anche se ciò non ci viene mostrato nel film rientra comunque in quella cultura sviluppatasi avidamente in questo  paese. Giuliana soffre, è vittima del sistema, cerca di nascondere come può le sue difficoltà, ma non è così semplice. Si è smarrita negli anni ad ora si sta allontanando sempre di più: ipocondriaca è oggetto anch’essa di sguardi. Vive il più possibile solitaria, non sopportando le relazioni ed ha  un rapporto controverso con i rumori industriali. Proprio in questa occasione, sopraffina è stata la regia di Antonioni, ovvero mettere la voce distorta, inquinante/inquietante dell’industria come sottostoria di rilievo. Il rumore che ti penetra nell’anima, nel sistema nervoso e nel cuore. Tutto quel rumore che ti lascia più, sempre più piccolo, di fronte all’orizzonte, prostrandosi a divenire ingranaggio della macchina che lo deve produrre.

Il rumore persiste nelle nostre vite, in quelle delle generazioni che ci hanno preceduto, si avvicina come un mostro dalle mille braccia, invitandoci ed evitando voci armoniose contrapposte ad esso. Il rumore alza i propri decibel, diventa distorto, inquina, uccidendo il tatto, l’udito, allontanandoci perchè persistente. Abbagliante disturba le nostre tossine, affanna il respiro, cambia le espressioni.

E tra il rumore spiccano due volti, quelli di Giuliana e di Carlo (Corrado Zeller). Due volti che si incrociano, si sfiorano, e poi fuggono. L’ingegnere è un collega ed amico di Ugo, il cui fine è quello di fuggire in posti vergini, non contaminati. Anche un uomo di successo può essere corroso,  disorientato. Carlo però è pronto a  riflettere,lasciar si che possa muovere la fantasia, ultimo barlume della sopravvivenza. Instaura con Giuliana un rapporto fatto di gesti d’intesa, piccoli racconti. Cerca di entrare nel suo privato, vuole leggere il malessere della donna. I due si raccontano le  paure con toni differenti, ma si evince con facilità che hanno terrore del tempo in cui vivono e temono, ognuno a modo suo, di crollare negli inferi, negli abissi, poichè camminano su di un filo molto sottile. Carlo non sente il pavimento sotto i piedi, non riconosce alcun diritto di trovarsi ancora lì, anche se la strada del successo sta per aprirgli il sipario. Si trova a Ravenna per reclutare operai da portare con se in Patagonia ed avviare la sua impresa.

Giuliana gli confida spontaneamente lo choc subito dopo un incidente stradale, poco prima sminuito da Ugo, in un discorso con l’uomo. Carlo è affascinato dalle stranezze di Giuliana, dal suo mondo interiore. Lo vuole scoprire. La fuga è  segno e la complicità che li distingue dal resto delle persone finora conosciute. Riconosce nella donna di non essere un piccolo tassello di un puzzle, laddove i suoi amici non colgono il suo malessere, o meglio, lo giustificano. Proprio in una delle prime sequenze Ugo parla alla moglie in proposito ai suoi problemi come di una difficoltà che chiunque di noi avverte, basta solamente saperla domare. L’uomo parla per difendersi e cercare di superficializzare il tutto, rendendo estranea la moglie.

Però ci sono uomini e donne che vivono in un equilibrio il cui minimo scossone può creare un terremoto imprecisabile. Un terremoto che può equivalere ad un caos. Questi sono i rischi di chi non si espone e trova giustificazione nell’apparente quotidianità. Caos che può crescere a dismisura in chi nasconde, racconta delle bugie, ora piccole poi impalpabili come il volto di un fantasma notturno. Ed un piccolo caos avviene proprio quando durante il pranzo nel capannone di cui vi ho accennato prima, una nave attracca al molo, ed innalza bandiera gialla, simbolo di un pericolo come per esempio un’epidemia. Qui il gruppo emtra nel panico: corre terrorizzato senza una meta. Giuliana è la prima a precipitarsi nella macchina, fuggire avvolta nella nebbia, rischiando di sprofondare in acqua perchè  parte nella direzione opposta.

La storie di Giuliana, è in realtà una storia falsa. Racconta  a Corrado che in clinica andò perchè tentò il suicidio. La favola dell’incidente non è niente altro chè un parafulmine per proteggere la dignità di una famiglia, il successo di un imprenditore, la morale di una piccola cittadina. Non cadere, insomma, nella trappola della cattiva famiglia da non prendere a modello. Il giorno seguente Giuliana entra nella stanza del figlio che rifiuta di alzarsi, improvvisando anch’egli un malessere. Poco dopo verrà smentita, pochè lo coglie in fallo mentre cammina. Un messaggio per far capire che anch’egli vuole mettersi in evidenza in un  realtà che sprofonda e ti lascia nell’anonimato. La reazione della mamma, che ama il proprio bambino, non è per nulla cattiva: lo giustifica e lo asseconda. Capisce che anch’egli è caduto tra le mille voci dello stordimento.. Giuliana non l’accetta e lo vuole salvare. Gli racconta la favola di una bambina che vive sola in un mare trasparente, il cui unico suono è quello del silenzio, della natura, delle onde. La bambina vive con gli animali selvatici, lontana dagli uomini grandi e  dai suoi coetanei che le offrono giochi da grandi. Solo un giorno, racconta Giuliana, la bambina vede un veliero di quelli che hanno attraversato mille mari, ora diventato misterioso. Vira e si allontana nel più completo silenzio tra le voci armoniose che cantano tra le rocce. La bambina vive in un’isola incontaminata, vergine. Un isola lontana dalle città industriali, laddove pochi giorni dopo madre e figlio parlano per le strade con un marinaio al quale Giuliana narra di sentirsi una donna sola, schiacciata dai rumori del progresso..

Un film struggente, poetico, fortemente simbolico. Un film dove l’onorico a tratti prende il sopravvento e ci mostra la grandezza di un regista quel’è stato Antonioni.

Il deserto Rosso (1964)

genere: drammatico

regia: Michelangelo Antonioni

soggetto e sceneggiatura: Michelangelo Antonioni e Tonino Guerra

Produttore: Tonino Cervi

Fotografia: Carlo di Palma

Montaggio: Eraldo di Roma

Musiche: Giovanni Fusco, cantata da Cecilia Fusco e dirette da Vittorio Gelmetti (musica elettronica)

con: Monica Vitti, Richard Harris, Carlo Chianetti, Xenia Valderi, Aldo Grotti, Lili Rehmis.

Miglior film : Leone d’oro mostra di Venezia (1964)

Miglior film straniero: Kansas City/Film critics. 1968

Miglior fotografia: 1965, nastro d’argento.

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5 Risposte to “Il deserto Rosso (1964) un film di Michelangelo Antonioni”

  1. poetico…

  2. Non ho mai visto questo film . Il titolo forse allude a un deserto interiore che, per Antonioni, si lega al paesaggio industriale, agli eccessi tecnologici, alla disumanizzazione dei rapporti, alla perdita di contatto con la natura. Forse è , nel complesso, una critica della società borghese nelle sue forme più avanzate. Penso che si possa vedere ( o rivedere). Grazie per la bella proposta.

  3. Ciao Mira. Si allude a ciò che hai sintetizzato. Mi ha colpito immediatamente per questo. E’ un capolavoro la regia, la recitazione e la fotografia dove c’è molta pittura che rende ancor più simbolico il tutto…
    Alessandro

  4. Un film di una noia mortale. Sconclusionato e pretenzioso. I dialoghi sono demenziali, i gesti dei personaggi anche. Inutile volerci trovare dei significati a tutti i costi. La Vitti si aggira per un’ora e mezza con gli occhi sbarrati, forse alla ricerca della sceneggiatura.

  5. Vincenzo Carboni Says:

    é un film con una poetica ben precisa, riconoscibile. Alcuni l’hanno definita formalismo con una accezione evidentemente spregiativa, eppure ce ne fosse di tanto formalismo nel cinema sopratutto nostrano, cioè a dire una forma entro cui rappresentare l’irrappresentabile, che diviene leggibile proprio a partire dalla strutturazione dell’immagine prima di tutto, dall’equilibrio significante dei colori, dalle linee di composizione dell’inquadratura. Ecco che il personaggio di Giuliana così può evidentemente non parlare, balbettare continuamente come fa, proprio perchè non c’è messaggio ma la fusione con l’ambiente che rispecchia uno squilibrio tra la percezione di sè e i colori. E’ un film sperimentale, di una ricerca così estrema da non essere più neppure imitata dal cinema a venire.

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